Inchiesta sine ira ac studio sulle farmacie ancora troppo poco europee
“Ora dobbiamo avviare una fase organica e ben meditata di riforme, delle quali abbiamo messo i semi in questo decreto ma che vanno sviluppate con coraggio e sistematicità”, ha detto ieri il presidente del Consiglio, Mario Monti, nel suo intervento al Senato prima del voto definitivo sulla manovra.

“Ora dobbiamo avviare una fase organica e ben meditata di riforme, delle quali abbiamo messo i semi in questo decreto ma che vanno sviluppate con coraggio e sistematicità”, ha detto ieri il presidente del Consiglio, Mario Monti, nel suo intervento al Senato prima del voto definitivo sulla manovra. E tra le prossime azioni del governo, Monti ha indicato esplicitamente le liberalizzazioni, dicendosi pronto ad accogliere i “suggerimenti” “su settori delicati come quello delle farmacie”. La manovra “salva Italia” infatti, almeno in linea teorica, apre a interventi sulla distribuzione farmaceutica, ampliando – nelle intenzioni – le “lenzuolate” di Pier Luigi Bersani. La liberalizzazione di Bersani, giudicata dai critici insufficiente ma avversata dai farmacisti, consentiva l’apertura di spazi al di fuori della cosiddetta “pianta organica” (le parafarmacie) abilitati alla vendita dei farmaci da banco, cioè quelli non rimborsabili dal Sistema sanitario nazionale (Ssn) e vendibili senza ricetta medica; restava obbligatoria la presenza di un farmacista laureato. In più, veniva garantita la “libertà di sconto”. Ora il decreto Monti interviene ulteriormente, estendendo questa libertà anche a un gruppo di farmaci di fascia C (cioè quelli non rimborsabili ma vendibili solo dietro ricetta), ancora però da identificare, nei comuni superiori ai 15 mila abitanti che siano in possesso di una serie di requisiti, anch’essi da determinare in futuro con un apposito decreto. L’attuazione di questi cambiamenti sarebbe, di per sé, una piccola rivoluzione, anche se i suoi effetti sono temperati, nella pratica, dall’incertezza sulle scelte ancora da compiere. I successivi decreti diranno se la rivoluzione è in atto o è stata neutralizzata.
I farmacisti, dal canto loro, ribadiscono la visione del sistema italiano di distribuzione come “presidio del Sistema sanitario nazionale”, all’interno del quale il controllo dell’offerta è essenziale a garantire la qualità del servizio e il rapporto tra farmacista e cliente orientato non alla vendita, ma all’assistenza. Chi ha ragione? Fino alle lenzuolate, la vendita di medicinali al dettaglio si caratterizzava per due anomalie: in primo luogo, il numero degli esercenti autorizzati a vendere i farmaci era limitato con un sistema di licenze; secondariamente, il prezzo di vendita dei farmaci era fissato per legge in tutte le sue componenti, incluso il margine da destinare al farmacista nel caso dei farmaci rimborsabili (circa il 27 per cento, al lordo dello “sconto” per il Servizio sanitario nazionale).
La maggior parte degli altri paesi hanno normative meno rigide. In Gran Bretagna, per esempio, le tariffe dei farmaci sono fissate in modo da incorporare una stima sull’efficienza media della distribuzione, con l’obiettivo di indurre i rivenditori a tagliare continuamente i costi e ottimizzare la propria organizzazione, anche per l’ambiente altamente competitivo in cui operano, con la presenza dei colossi della distribuzione organizzata. Pure in Francia, come in Italia, il prezzo di vendita è ancorato a quello di produzione, ma attraverso una serie di scaglioni che mettono il farmacista in condizione di competere coi colleghi. In Germania, invece, la situazione è in qualche maniera più vicina alla nostra, perché ogni scaglione che compone il prezzo del farmaco è fissato in modo rigido e, oltre tutto, con effetti regressivi. Infine, la Spagna ha il modello più vicino a quello italiano, in quanto la remunerazione del farmacista è una quota fissa del prezzo di vendita che si trasforma in forfait solo al di sopra di una certa soglia. Sebbene forme di regolamentazione esistano ovunque, insomma, la somma di contingentamento numerico degli esercizi e rigidità nella determinazione dei prezzi determinava condizioni di profonda inefficienza e, a parità di altri elementi, maggiori costi per i clienti. L’effetto era molto ben visibile in una serie di indicatori: in uno studio per il Cerm del 2007, Fabio Pammolli e Nicola Salerno hanno mostrato come i farmacisti italiani avessero i più alti margini unitari di tutta Europa (7,6 centesimi di euro per unità standard, contro una media di 6 centesimi).
Lo stesso decreto Monti, se applicato in modo estensivo, potrebbe comportare rilevanti risparmi per i consumatori, intensificando le pressioni competitive. Alcuni anni fa, la Coop sosteneva che la piena liberalizzazione dei farmaci “Otc” (quelli non rimborsabili e vendibili senza ricetta) avrebbe consentito sconti tra il 25 e il 50 per cento. Nei tre anni successivi all’emanazione del decreto Bersani, sono nate 2.700 parafarmacie e oltre 260 corner nei supermercati, che hanno raggiunto quote di mercato piccole ma comunque significative (nel 2009, la grande distribuzione aveva il 3,4 per cento del mercato, le parafarmacie il 4,2 per cento). In questo modo, secondo il periodico rapporto del Cermes sulle liberalizzazioni coordinato da Roberto Ravazzoni, nel 2008 gli italiani hanno risparmiato almeno 16 milioni di euro, senza che questo comportasse un aumento indiscriminato nel consumo di farmaci. Sempre secondo il Cermes, in presenza di uno sviluppo ulteriore del mercato i risparmi per le famiglie italiane potrebbero arrivare alla cifra di 35-45 milioni di euro, solo nei farmaci senza obbligo di prescrizione. Tale traguardo potrebbe essere raggiunto attraverso un più profondo ripensamento della distribuzione farmaceutica. Uno studio dell’Istituto Bruno Leoni suggerisce l’adozione di un modello “tripartito”: affiancando alle farmacie “presidio del Ssn” (cioè le attuali farmacie) sia parafarmacie con la presenza di un farmacista (che potrebbero vendere tutti i farmaci di fascia C), sia esercizi gestiti da personale non qualificato per i farmaci da banco.